Intervista ad Andrea Vesnaver

Sabato 8 febbraio siamo andati a Padova ad intervistare Andrea Vesnaver vincitore, insieme a Massimo Barbera, del WCS – World Cosplay Summit, il principale evento cosplay mondiale che si tiene ogni anno in Giappone a Nagoya. Ecco cosa ci ha raccontato della sua esperienza..

Prima ancora di essere un cosplayer, chi è Andrea Vesnaver?
AV: sono un impiegato in una ditta di impianti elettrici, con un lavoro normale, una famiglia normale, due figli, un cane, eccetera, un po’ tutte queste cose. Poi ho un secondo lato più artistico: ho fatto principalmente musica, quindi tributi musicali che prevedevano anche lì un po’ di cosplay con costumi e delle cose un po’ particolari. Per esempio un tributo ai Rockets, nel 2004, un gruppo degli anni ‘70 e che sono ancora in attività e che prevedevano anche loro costumi ed effetti scenici particolari . Dopo il WCS tornerò alla musica dato che, finito il WCS, voglio prendermi una pausa dai costumi e da queste cose.

Come sei entrato nel mondo del cosplay?
AV: Nel 2006, dopo essere andato al concerto dei “Cavalieri del Re” (storico gruppo degli anni 70 che ha realizzato le prime sigle di cartoni animati) e sono entrato con tutti e due i piedi nel mondo del cosplay. Ho conosciuto Massimo lì, e mi son detto“iniziamo a fare qualcosa, iniziamo a fare robot.”

Qual’è stato il tuo primo cosplay?
AV: il Daitarn 3. Son partito subito così.

Quando è iniziata la collaborazione con Massimo? Chi ha deciso i progetti per il Romics e per il WCS?
AV: Quella con Massimo è una lunga storia. Nel 2007 a Lucca, quando io ho portato Daitarn 3, lui aveva portato Hiroshi di Jeeg Robot nella versione cyborg. Lì ci siamo conosciuti e abbiamo capito che tutti e due avevamo questa passione per le cose un po’ vintage, le serie robotiche anni ‘70 e così l’abbiamo buttata là “dai, faremo qualcosa assieme”. La prima collaborazione è stata al cartoomics dove abbiamo portato uno Zaku e Gundam, lavorando ognuno per conto proprio, poi abbiamo deciso di unire i nostri progetti e tentare la strada per il WCS. Nel frattempo abbiamo fatto quale costume tributo a delle band musicali diciamo particolari, esclusivamente per divertirci : un tributo ai Sigue Sigue Sputnik, dove ci avranno riconosciuto in tre e un altro progetto che definirei “esplosivo” , i Tenacius D, entrambi questi cosplay al Cartoomics di Milano. Con Massimo c’è sempre questo connubio musica-costumi, quindi avevamo tanta sintonia.

Quanto vi ci è voluto per realizzare i progetti? E che materiali avete usato?
AV: fa sempre molto scalpore quando diciamo che è un progetto durato quattro anni. L’originalità dei nostri costumi, che secondo me ha fatto la differenza per la vittoria, è di aver usato la tecnica di costruire le parti in poliuretano (pannelli termoisolanti in lastre) e poi rivestirla in vetroresina e stuccare. Quasi tutti i costumi di mecha sono in materassino rivestito e raramente ci sono strutture così rigide. A me piace perché da un aspetto robusto, liscio e lucido, cosa che con il materassino colorato a pennello non riesci ad ottenere. Se hai una superficie rigida, che puoi stuccare, grattare, e che hai ore e ore da dedicare puoi ottenere dei risultati simili al cofano di una macchina. L’ho portato verniciato personalmente in carrozzeria quindi era in tutto e per tutto il pezzo di una macchina, così l’aspetto ne ha giovato molto.
Ci abbiamo impiegato quattro anni per i vari impegni, sia famigliari che musicali anche da parte di Massimo e giugno 2011 ormai coi tempi stretti decidemmo persino di rimandare. Potevamo finirlo in tre anni, ce la siamo presa con più calma prendendoci un altro anno per fare le cose per bene e tentare al meglio le selezioni del WCS.

Non deve essere facile progettare un cosplay come il vostro…
AV: la progettazione è un bel lavoro, ed è anche per questo che ci abbiamo messo tanto. Intanto dovevamo superare dei limiti fisici dell’uomo vestito da robot. I robot hanno la testa piccola e le gambe lunghe, che non è la stessa fisionomia di un uomo normale. Quindi ti devi ingegnare con trampoli, costruire delle sagome per capire le dimensioni finali . C’è tanto lavoro prima, tante prove, tanti metodi provati e poi abbandonati . Per la progettazione mi faccio delle foto col metro in mano per poter rapportare le mie dimensioni in scala. Poi prendo la foto del robot e, dopo averla scomposto in vari pezzi, cerco di riadattare le sue forme a quel che potrebbe essere la mia fisionomia. E quindi avendo poi questo metro vicino posso stabilire la dimensione dei pezzi. Non li faccio col 3D e poi li stampo con Pepakura (un programma che permette di realizzare progetti in 3D e poi stampare i singoli pezzi. ndr), sono più pratico e “grezzo”. Semplicemente quando ho lunghezza, altezza e un po’ di misure inizio a fare qualche bozza col cartone della pizza. Da qui il nome “Roboticpizza” perché siamo nati usando appunto questo cartone, che è perfetto per fare queste cose . Quindi con il taglierino e la colla a caldo abbiamo iniziato ad assemblare questi pezzi per vedere le dimensioni. Quando poi hai le dimensioni giuste parti con il poliuretano e la vetroresina. Perciò una piccola parte della progettazione avviene al computer, ma poi si passa subito alla pratica, per esempio ci siamo aiutati con il fil di ferro: una volta avute le misure facevamo una struttura in rete e poi ci basavamo su quella, ma questa è una tecnica che poi è stata abbandonata andando avanti e migliorandoci sempre di più. Se prima per un robot ci impiegavamo due anni in due, per il Re Nero, lavorando quasi da solo, mi ci sono voluti nove mesi.

Prima del WCS eri già stato in Giappone? Che impressione ti ha fatto?
AV: Massimo era la quarta volta che andava in Giappone, ma per me era la prima ed è stato amore a prima vista. La mentalità, la pulizia, l’educazione, è una cultura totalmente diversa. Il fatto di non capire nulla con le lingue è stato un po’ complicato ma in generale non ci trova male perchè è l’approccio che hanno con le persone che è diverso: aiutare il prossimo. E’ tutto un altro pianeta, come un viaggio interstellare verso un’altra civiltà. Me l’avevano detto che era così ma in effetti è stata una cosa scioccante sia in positivo che anche in negativo perché ad esempio il calore umano (tutto italiano) lì si sente poco. Non è normale abbracciarsi e baciarsi, anche tra amici, lì sono molto freddini, molto inquadrati; è difficile fare amicizia anche per strada. Se hai a che fare con dei giapponesi per motivi di lavoro, studio eccetera è un discorso; per strada loro hanno la testa dentro il telefonino, guardano il vuoto, quindi ti trovi un po’ a disagio. Questa è l’impressione che ha dato a me.

Con quali team vi siete relazionati meglio e con quali peggio?
AV: in realtà ci siamo trovati benissimo con tutti, ma quelli che tengo più nel cuore sono i team asiatici: Indonesia, Thailandia e in particolare con la Corea. Intanto, forse tutti e due ci vedevamo come team “etnico” uno rispetto all’altro. Modi diversi di lavorare, diversi modi di intendere il cosplay e quindi ci trovavamo interessanti e simpatici ed abbiamo avuto una buona affinità. Tra l’altro ridendo io e Massimo abbiamo un po’ questa passione per le canzoni coreane italianizzate. Praticamente si canta in italiano, con delle parole senza senso ma con un’assonanza al testo coreano , ed il risultato viene fuori quasi identico alla cantata coreana. Non ti dico quando ti presenti ai coreani e gli canti le loro canzoni pop ! E quindi da lì tanti punti di contatto tra di loro, divertenti. In fondo vai lì per quello, per divertimento.
Ma ripeto, ottimi rapporti con tutti i team. L’empatia che si forma tra i membri del WCS è una cosa che bisogna provarla. E’ inutile dire chi più chi meno. Forse un po’ meno col Brasile, chissà perché…
Il World Cosplay Summit è un ritrovo tra i cosplayer, non è la gara mondiale. Noi in italia insistiamo a vederla come una gara mondiale. Sì, è vero, c’è il titolo, si sono guadagnati una buona fama e oramai è un punto di riferimento per il cosplay nel mondo; però quando sei lì ci son le feste, c’è il karaoke, ci sono le parate e lì siamo tutti uguali. Poi certo c’è la finale, ma già dal giorno dopo non è che ci sia il trono per chi ha vinto e gli altri li buttano nel fuoco, lì è bello proprio per questo : tutti allo stesso livello, tutti bravi e quindi tutti amici e fai tante cose assieme. Non è come in Italia dove ci si lancia coltelli dietro le quinte. E’ una cosa di cui parlo volentieri perché è un bell’ambiente, molto diverso. E quindi quando poi torni nel tuo ambiente, che si sa com’è, è molto difficile.

C’era un Team che temevate di più di un’altro?
AV: Per assurdo il Team che ci ha preoccupato di più è quello che non è nemmeno riuscito a salire sul palco, ovvero l’ Indonesia. Hanno fatto una bella scenetta, bei costumi, effetti speciali, però evidentemente qualcosa ai giudici non è piaciuta e quindi, io non sono andato a guardare i costumi nel dettaglio però almeno sul podio potevano andare, ma in generale un po’ tutti i team avevano portato dei punti di forza. Noi invece avevamo portato qualcosa talmente tanto fuori dal genere che era difficile pensare chi temere di più. A me, per esempio, è piaciuta la Thailandia: ha fatto dei bei costumi, bella scena di arti marziali con un colpo di scena alla fine, o come anche le americane con i cambi di costume. Quando ho visto il video delle americane alle preselezioni, perché ho visto tutti i video delle preselezioni, ho detto “ecco, queste sono toste. Bello, musicale, armonioso“ e infatti sono arrivate seconde.

Vi aspettavate di vincere o è stata una cosa inaspettata?
AV: Bella domanda! Lì bisogna capire quali sono stati i criteri della giuria. Da poco è uscito un video che ha fatto un team francese sul WCS dove intervistano Ed Off (uno degli organizzatori del WCS. Canadese, e in virtù del fatto che i giapponesi parlano male l’inglese, è il punto di riferimento per i team europei in Giappone) . Lui ha spiegato che, in modo particolare da quest’anno, i costumi vengono valutati prima della gara. Infatti la finale era sabato e mercoledì ci hanno fatto mettere i costumi in albergo e sono venuti tutti i giurati a guardarli da vicino. Quindi è diverso dal valutare dei costumi durante l’esibizione sul palco e quindi presumibilmente abbiamo vinto per una questione di costumi, piuttosto che per la scenetta, perché si, avevamo i laser e una paio di paio di effetti speciali, però era molto statica ed era un po’ il nostro tallone d’Achille. Ne eravamo consapevoli, ma avevamo deciso che “In Giappone si portano i robot, punto” e abbiamo cercato di fare al massimo che potevamo e siamo stati premiati. Poi, effettivamente, ti posso dire: io no, non contavo di vincere. Però sapevamo che più di così non potevamo fare, perché comunque non è potevamo rammaricarci che il costume si poteva farlo diverso. I personaggi erano quasi uguali agli originali, grandi e grossi, non ti dico portarli in Giappone cosa ci è voluto! Perché per regolamento non puoi più spedirlo prima, te lo devi portare dietro come se fosse una valigia e quindi non ti dico arrivare all’aeroporto con degli immensi scatoloni ! Quindi, noi sapevamo che avevamo fatto il massimo per il nostro progetto, poi vincere o perdere…amen. Perché se si pensa solo alla vittoria dimenticando la passione devi partire col discorso rovesciato: voglio vincere, quindi porto dei costumi che so che mi fanno vincere. Che due robot potessero vincere non ci avrebbe mai scommesso nessuno perché non hanno mai vinto, con il loro problema di goddaggine e rigidità.

Però sono molto amati in Giappone…
AV: Sì, però dovendo fare un’esibizione ti devi confrontare con dei limiti prettamente fisici e quindi, siamo stati molto contenti di vincere. Fino all’ultimo non ci speravo anche perché la premiazione è iniziata dandoci subito il premio del pubblico in streaming e mi sono detto “ecco qui il contentino, vabbè è andata”. Poi però quando quando ho visto che prima il team America aveva vinto il premio dello sponsor (Brother) come fattura del vestito, e dopo sono state richiamate sul palco arrivando seconde sul podio, ho pensato “dai che forse allora abbiamo vinto”, però fino all’ultimo è stata una bella sorpresa, una sorpresa esplosiva!

Raccontaci un po’ dell’esperienza del World Cosplay Summit e delle preselezioni…
AV: Ci son tante cose da dire ed è un’esperienza poter andare in Giappone, dal fare cosplay in un clima ostile, all’entusiasmo del pubblico al venire trattato da superstar. Se vinci a Roma tu sei già un campione e in giappone ti aspetta perfino il “red carpet” perché comunque sei arrivato in alto, a prescindere che tu vinca o che non vinca la finale. Al Wcs devi andarci preparato: hai delle interviste, hai delle sfilate, c’è una finale e quindi si lavora, non ci vai in vacanza. Tanti dicono, con supponenza, “ eh,quello che spendi per farti in costume lo spendi per l’aereo e vai in Giappone”. Ok, io dopo il WCS ho fatto il Giappone da turista ma non c’è nulla da spartire. Finché sei dentro il WCS ricevi un certo tipo di trattamento: ti portano in giro, visiti posti, sei ospite qua e là, siamo andati in TV, dal Viceministro degli affari esteri, abbiamo fatto tre sfilate in mezzo alla città con il percorso transennato e quindi è tutta un altra storia quando sei ospita a questo summit.
Fare il WCS vuol dire fare i fighi in Giappone! (ride) Seriamente, vai lì dove sai che il cosplay è nato, quandi sai che stai riportando qualcosa da dove è nata e già a noi questa idea intrigava molto. Poi dopo che i giapponesi ci hanno invaso con i loro cartoni animati negli anni in cui ho iniziato io a guardarli alla TV, quindi negli primissimi anni ‘80, dato che prima erano solo cartoni “nostrani”. Quindi riportare in Giappone questi personaggi e le loro storie è stato divertente, molto divertente. E loro hanno gradito questa cosa! Non ti dico gli elogi che abbiamo ricevuto per questa cosa : piuttosto che portare una serie mainstream, abbiamo fatto proprio un discorso opposto e questa cosa una ricevuto molti consensi. Il WCS dev’essere vissuto, secondo me, non come un “voglio vincere, le provo tutte” come chi, ogni anno a Roma, ci prova e ci riprova perché “tanto prima o poi la spunto”. Sinceramente se fosse andata male non avrei ritentato, non credo almeno. Come non avrei voglia, adesso come adesso, di ritentare dopo che ho vinto(le selezioni per il WCS), come fa il Team Brasidel dei Fratelli Somenzari. Nadia Baiardi, per esempio, c’è già andata tempo fa, non ha vinto e quest’anno ci riprova. Va bene però, onestamente andarci dopo che hai vinto…per me no : il prossimo anno ci hanno invitato come ospiti, ci sta, ma secondo me è una cosa che poi ti godi la prima volta. Poi la seconda volta sostanzialmente ripeti le stesse cose. Ti faccio un esempio : il Team Brasile, con cui eravamo insieme per fare le gite in giro a Nagoya, avevano già visto tutto dopo tre wcs. Gli mancava loro solo lo Zoo e la casa degli orrori. Cioè andare in Giappone per andare allo zoo è un po’ ridicola come cosa. Quando un evento lo vivi più volte perde molto di significato, non è come gli artisti che vanno al festival di Sanremo tutti gli anni perché sono professionisti; lì non sono professionisti, entri in quel mondo, lo vivi ma sopratutto se vinci non torni più, almeno nel mio caso, ma sono anche alla fine della mia carriera Cosplay, dopotutto.
Per chi ci prova vorrei dare un consiglio spassionato : piuttosto che tentare tutti gli anni con un costume fatto due mesi prima, prendi una pausa di almeno due anni, ti concentri su questo progetto, vai lì e vinci perché, secondo me, se ti metti veramente sotto puoi spaccare, perché comunque abbiamo cosplayer che ci provano e che son stati dei grandi esclusi. Se gli stessi, al posto di perdere tempo distraendosi in tante cose, si dedicassero più seriamente ce la farebbero.

Dopo la vittoria com’è cambiata la tua vita da cosplayer?
AV: è cambiata nel senso che non faccio più cosplay! Seriamente, è cambiata, nel senso che, dopo tutto questo lavoro sento il bisogno di staccare. Adesso ho dei progetti nuovi che vorrei fare ma tempo debito. Certo che è chiaro poi tornare nei circuiti piccolini, con i suoi screzi, i problemi che ci sono qua è debilitante. Parlando con Luca Buzzi (campione WCS 2010), abbiamo confutato che c’è questa sindrome da WCS, quando torni a casa e ti manca lo smalto per ripartire. Ci vuole un po’, anche perché quando provi una certa organizzazione, certe feste, col palco, la televisione e arrivi in cima, scendere è una bella fatica.

Cosa significa per te essere cosplayer e chi secondo te si può davvero definire tale?
AV: Su queste cose sono abbastanza radicale, nel senso che io penso sia giusto seguire i dogmi nati in Giappone. In Giappone il cosplay, in teoria, è qualcosa che ti fai da solo quindi “cosplayer” è chi si fa tutto da solo. Magari le fumetterie hanno l’angolo dove vendono i costumi, ma il concetto base è questo. Chi si compra le cose su Ebay mi sta bene però è una cosa che considero più vicina al Carnevale. Io la vedo così, ma ho capito che la percentuale di gente che si fa tutto da solo è molto più bassa di quella che si fa vedere. Questo vale per le gare, io poi non posso certo biasimare il concetto di “io non so cucire, però mi piace rappresentare un personaggio” e mi faccio fare i costumi, non sono contrario a queste cose. Se però poi parliamo delle gare, vincere i premi e andare in Giappone con delle cose che hai comprato, allora a quel punto diventa un problema di soldi. Poi ovviamente a me piace chi sa interpretare bene il personaggio perché non è solo mettersi un costume e farsi fare le foto, anche perché “cos-play” c’è si il costume ma il “play”, è l’interpretazione. Per me le foto che si trovano in internet, dove ti fan vedere che sono tutti belli, tutti fighi, con le armi super lucide quando poi sono foto super ritoccate, lasciano il tempo che trovano. Mi piace osserva i cosplayer sul palco perché sul palco non puoi barare :lì sei come sei, interpreti il personaggio al meglio che puoi. Le foto su internet non è vero cosplay, è modelling; sei tu col tuo lavoro ma anche con uno staff di altre persone tra cui il fotografo, quello che ti ritocca le foto, quello che ti trucca, quello che ti cuce i vestiti no, quello non è cosplay. Preferisco i video, più genuini.

Quanto tempo hai a disposizione per le esibizioni?
AV: Beh dipende. Di solito sono un minuto, un minuto e mezzo, difficilmente ti danno di più. Quindi devi essere proprio bravo per interpretare bene. Nel Wcs la coppia, ha due minuti e mezzo che è tanto o poco, dipende dall’esibizione. Personalmente mi annoiano a morte le esibizione dei gruppo dove più si è meglio è, dove danno minuti su minuti con scenette di un quarto d’ora, ci vorrebbero limiti più restrittivi perché si va sul noioso.

Anche perché quando sei sul palco il tempo non passa mai…
AV: in Giappone il tempo è passato velocemente, anche a Roma, perché è una cosa costruita in talmente tanto tempo che poi viene un po’ automatica. Il tempo passa più lentamente quando hai incertezze, quando invece è una cosa che hai provato e riprovato e va tutto liscio il tempo scorre veloce.

Quando avete fatto l’esibizione avete parlato in giapponese, in italiano… come?
AV: il wcs è stato uno shock perché solo dopo che abbiamo passato le selezioni a Roma, dove abbiamo fatto l’esibizione in italiano, ci han detto che dovevamo fare l’esibizione in giapponese. Bene, ho detto, prendo l’audio originale e via e invece no perché, per colpa dei diritti televisivi, non puoi usare le voci originali ma solo le musiche. Così ho chiesto agli atri team come hanno fatto e loro mi han detto di cercare tra studenti e amici che sanno parlare giapponese. Grazie ad un giro di conoscenze siamo venuti in contatto con John Caminari, un ragazzo italiano che fa recensioni di videogiochi giapponesi e che fa la spola tra Tokyo e Roma. Questo ragazzo ha anche avuto alcuni ruoli in alcuni telefim giapponesi e si è prestato molto volentieri a doppiarci, tant’è che nell’esibizione la sua voce fa entrambi i robottoni. Il risultato finale è stato talmente tanto buono che parecchi giapponesi ci hanno fatto i complimenti. C’è da dire, infatti, che i giapponesi “pretendono” un buon giapponese o fanno molta fatica a capirti. Comunque mi pare che, dal prossimo anno, si potranno portare le esibizioni con l’audio del proprio Paese, con i sottotitoli sul megaschermo del palco.

Facciamo un salto avanti e andiamo al Romics di quest’anno dove sei stato giudice e dove era presente la TV, con tutte le sue polemiche. Per te il cosplay ed il tubo catodico possono coesistere?
AV: come già detto all’inizio vengo da un ambiente musicale e artistico, quindi io non ci vedo nulla di malvagio nella televisone. C’è da dire che il cosplay è fatto da artisti amatoriali che si ritrovano in un ambiente da professionisti e quindi le reazioni sono spesso esagerate, perché chi non vive il mondo dello spettacolo professionale ignora che che gli artisti (non famosi) sono un po’ “carne da macello”, almeno finché non arrivi ad un livello alto. Quindi mi pare un po’ insensato pretendere un trattamento “da star”, quando il vestito te lo sei fatto in casa, pennellando il lattice sul materassino, senza offesa. Lì hai i tempi televisivi e c’è poco da fare: devono stare nel budget , hanno dei tempi da rispettare e per loro ogni secondo di ripresa in più sono soldi buttati via, quindi è ovvio che purtroppo ti usano e poi ti buttano via. Ma la televisione è tutta così: non è che ce l’hanno con i cosplay o vedono nel cosplay soldi facili. Quindi, se si vuole usare la televisione, che è un potente mezzo di comunicazione, bisogna considerare anche gli effetti collaterali. Non è che ti puoi aspettare che la produzione ti stenda il tappetto rosso solo perché hai vinto in qualche fiera. Quindi io di base non mi oppongo alla TV nel cosplay. Certo, andava organizzata meglio ed è mancata l’educazione da parte di qualcuno, questo senza dubbio, ma Romics ha pesanti difetti organizzativi, con o senza TV. Pertanto, la cattiva organizzazione di Roma sommata alla TV che arriva dal giorno alla notte a gestire tutto ha fatto più danni che altro, ma io in generale non sono contrario anzi, solo che bisogna muoversi bene. Quando è venuta Yaya Yan (cosplayer americana parecchio famosa) in TV da Gene Gnocchi, che l’ha presa in giro di brutto, tutti i cosplyaer hanno urlato allo scandalo. Però ricordiamoci che, per la televisione, il cosplay non è diverso da tanto altro. Serve per fare show, perché è bello e colorato. Se poi noi cosplayer la vediamo come una cosa quasi filosofica, col lo studio del personaggio, la creazione eccetera, dall’altro lato loro la vedono come un personaggio mascherato, che ha successo e che piace a tanta gente. Son due mondi diversi e farli combaciare bene è difficile.

Secondo te qual’è il più grande difetto del cosplay italiano?
AV: Dopo aver visto il WCS e cosa può essere il concetto di cosplay vissuto bene, direi che è il difetto è la rivalità esasperata. Lo spacciare per propri costumi comprati solo per vincere e in generale questa “voglia di arrivare”: “il cosplay importante è quello che vince”, “io ho vinto e tu no” e in generale appunto questa forte rivalità che, di buono ha solo portato in Italia a un livello esagerato la qualità dei costumi, che può essere un bene ma come può essere un male per chi ,magari, fa cosplay per divertirsi ma è costretto a spendere, per esempio, 500 euro di costume per tenere un livello alto : In altri Paesi del mondo il cosplay non è a questo livello, eppure riescono a fare dei bei lavori e a divertisi senza spendere tanti soldi e ottenendo lo stesso dei buoni risultati.
Quindi in generale questa esasperazione e questo agonismo a tutti i costi e il parlar male per il solo gusto di sparar sentenze, senza contare poi le critiche subdole fatte su internet!
Purtroppo viviamo in un’epoca dove è facile sparar sentenze standosene a casa dietro un monitor e questo vale per tutti gli ambienti, anche perché queste critiche spesso non le senti di persona ma da dietro uno schermo e da persone che magari non erano nemmeno presenti nel contesto! Si parla molto senza prima aver provato sulla propria pelle o magari perché non si va alle fiere, che senso ha dare un giudizio su uno cosa che non si ha provato ? Facebook in questo senso non ha aiutato. Tra l’altro ho scoperto che non è una cosa solo italiana ma è generalizzata un po’ in tutta Europa. Per parlar male senza conoscere c’è sempre il tempo e l’occasione.

Parliamo ora di Andrea come giurato: quanto conta l’esibizione per te in un cosplay?
AV: Vale un cinquanta per cento. Alla fine è cos-play e non solo costume, quindi valuto un tot il costume e un tot l’esibizione. Bisogna curare tutto del costume come tutto dell’esibizione. I cosplay in scarpe da ginnastica non dovrebbero nemmeno salire sul palco perché, se è vero che il cosplay è una cosa così “seria” da andare davanti ad un pubblico allora lo curi tutto nel dettaglio. Forse qualcuno pensa che un giurato non distingue i calzari alla romana dai sandali. Ma questo pressappochismo raramente sfugge e alcuni cosplayer vengono segati senza pietà.
Sopratutto nei costumi che hanno meno particolari, se non fai quei pochi al cento per cento parti sicuramente svantaggiato. Poi puoi anche fare una bella esibizione però ecco, in casi come questo diventa un problema per la giuria. Ci son stati dei casi con una bella esibizione ma dettagli molto poveri, come ad esempio di ricordo un cosplay di Ace Ventura. Come faccio a valutarlo di più rispetto a uno che ha lavorato mesi e mesi su un costume? Ma poi si sa, non si riesce mai ad accontentare tutti .

Che consigli vorresti dare a chi inizia a fare cosplay?
AV: Innanzitutto fare un personaggio che ti piace. A me lascia un po’ perplesso il cosplayer che definisco “seriale”, ossia quelli che spendono e sgobbano per fare un costume nuovo a ogni fiera, che si basano su una foto di un action figure per fare un costume. Dato che il senso sarebbe di fare anche una interpretazione e dovrai conoscere quel personaggio. Se, per esempio, fai un cosplay tratto da un bozzetto originale, devi anche costruirci una storia sopra ma è comunque un problema per la giuria, specie se è poco più di un bozzetto non colorato, come si fa a valutare? Tempo fa una cosplayer mi ha chiesto un consiglio : se andava bene una fan art per fare un cosplay da gara. Le fan art sono dei lavori originali partendo da un personaggio. Ora, se io non so fare un bene costume cosa faccio? Mi faccio una fan art di un personaggio, con un costume come me lo saprei fare io poi la spaccio come ispirazione per il mio costume. Nessuno lo vieta, ma a proprio riscio e pericolo. Bisogna infine ricordare che, quando si sale sul palco, si va a recitare davanti a tanta gente. Vedo ancora tantissimi giovani cosplayer che, quando salgono sul palco, si spaventano e scappano via, senza lasciare il tempo alla giuria di valutare :se si sceglie la strada del palco è meglio sapere a cosa si va incontro e controllare queste paure.

..e del mainstream, cosa ne pensi?
AV: Non mi interessa particolarmente. Penso ad esempio all’armatura di Iron Man: ormai l’hanno fatta in tutte le salse e di tutti quelli che l’hanno fatta un buon 85% ha preso i modelli Pepakura da internet (i pepakura sono di base modellini in carta, da tagliare piegare ed incollare, sono ormai diventati, in scala più grande, grosso aiuto per i cosplayer), li ha stampati e li ha resinati. Secondo me se vuoi essere uan voce fuori dal coro devi scegliere strade un po’ diverse: tanti hanno fatto un Gundam ma io ad esempio ho prefito uno Zaku invece dell’RX 78. Tra l’altro ho scelto i robot nagaiani, oltre al fatto che ho questo amore viscerale per loro, anche perché hanno bisogno di alcuni particolari costruttivi che non sono alla portata di tutti. Quindi è stata una mia scelta andare sul difficile proprio per cercare di non avere tanta concorrenza e quando sali sul palco devi pensare anche a differenziarti così.
Adesso sto guardando con un amore viscerale Kill La Kill ed è una serie di cui porterei tutti i personaggi, ma non per farci una gara. Poi se una cosa piace a tutti diventa “mainstream”, ma non vedo il problema.

Quindi preferisci un personaggio meno conosciuto ma ben curato e ben portato rispetto ad uno noto ma che si vede che è comprato?
AV: Sì naturalmente, poi per carità non è che boccio a priori un personaggio che si è visto in tutte le salse. Se vuoi fare One Piece, mostralo alla giuria, io per esempio lo valuterei, dato che sono costumi “semplici”, più sulla loro interpretazione. Tornando un attimo al discorso mainstream, l’importante è fare ciò che ti piace, poi l’esibizione verrà sicuramente bene perché ci metterai passione.
Inoltre, è vero che in teoria il giurato come compito dovrebbe conoscere in modo approfondito tutte le serie, ma non mica può vivere davanti alla TV. Anche perché l’esibizione si deve capire bene se la serie non si è mai vista, è inutile fare esibizioni incomprensibili pensano che la giuria conosca esattamente il contesto di una certa puntata. Bisogna ricordarsi che in giuria ci sono giornalisti, costumisti e persone non conoscono quel certo anime. Quando si va a pensare ad un’esibizione devi pensarla per una persona che non ne sa nulla, non per l’appassionato che conosce le puntate a memoria.

Che cosplayer segui attualmente? Dacci il nome di un cosplayer italiano e uno straniero che appunto segui e apprezzi.
AV: in realtà io vedo il cosplay come una cosa molto personale. Che un cosplayer faccia un personaggio piuttosto che un altro lascia il tempo che trova. Ho molto rispetto per quei cosplayer che si fanno le cose da soli come Alessandro Stante o Mauro Ridolfi che so come lavorano, ma anche Nadia Baiardi per esempio e in generale tutti quei cosplayer che vedo che si danno un gran da fare. Esteri: il team francese di Shoko and Jerome che ha vinto quest’anno all’ECG (European Cosplay Gathering, una delle principali gare eurpee di cosplay che si tiene in in occasione del Japan Expo di Parigi)perché fanno costumi molto tecnici con unioni tra armature e sartoriale e li stimo tantissimo, e poi Kamui Cosplay che ha dato il via alla worbla-mania (materiale plastico che si vende in fogli e molto usato per creare accessori e armature). Io in realtà non ho molta simpatia per questo materiale, che sembra nato apposta per i cosplayer.
Io sono più per i materiali tipo legno, alluminio, vetroresina, roba da negozio sotto casa. Trovo stimolante andare al Brico, magari per tutt’altro e trovare qualche elemento per il cosplay. Mentre sembra quasi che con una scorta di worbla hai il mondo in pugno. Sono punti di vista, a me piace di più recuperare un imbuto e un pezzo di grondaia per fare un pezzo di costume. E’ più un’arte povera, mettiamola così. Certo, se guardi alla fine quanto abbiam speso per i costumi proprio povera non è però è stimolante anche la costruzione del costumi.

Negli ultimi anni c’è stato un aumento degli eventi cosplay. Per te è un bene o un male?
AV: A me piace quando la gestione delle fiere è professionale con eventi di una certa dimensione. Con tantissime occasioni accade che ci siano più eventi la stessa settimana uno dietro l’altro e questo dissipa energie e si cade nel “cosplay seriale” detto prima.
Quando siamo andati a Roma eravamo abbastanza tranquilli perché, molti degli avversari arrivano a due mesi dal Romics coi tempi molto stretti e l’azzardo è rischioso, perché è un evento molto speciale, con una giuria spesso indecifrabile e che ci devi dedicare più tempo. E invece questa moltitudine di eventi ti porta alla corsa dei costumi, quando potresti fare due fiere di meno, due costumi di meno e arrivare alla fiera in condizioni di spaccare sul serio. Quindi tante volte vedo anche a Roma persone a cui mancano tante cose o che provano l’esibizione direttamente in fiera nel piazzale. Quindi troppi eventi, secondo me, portano via qualità nel cosplay.

Tua moglie come ha accolto la tua passione?
AV: A lei la cosa non interessa. Le scivola addosso, ha rispetto per questo mio “sfogo artistico” ma non le interessa particolarmente. E’ stata comunque molto contenta, ha seguito lo streaming del Wcs con i i miei figli, grandi festeggiamenti ma sta aspettando che divento grande (ride).

Ed i tuoi figli invece?
AV: Bene. A loro faccio ogni tanto qualche costume a carnevale. Ho fatto per esempio Wall-E che poi abbiam portato ad un evento cosplay di Lonigo (VI). Quest’anno avrei riservato una parte a Mattia nel gruppo di Gurren Lagan. Non so se è un ambiente dove porterei i miei figli, ma magari sì: sarebbe bello iniziare una seconda generazione nel cosplay, però sicuramente io non lo spingo ad entrarci.

E invece dei bambini che magari salgono sul palco e vincono premi importanti?
AV: lì è chiaro che dovresti dare il premio ai genitori in quel caso, oppure lo valuti in base a come si comporta sul palco. Io tendenzialmente sono do punteggio alto a chi so per certo che non si fa il costume da solo. La situazione anche in questo caso è piuttosto controversa per la giuria.

Cosa se pensi di quelle cosplayer che usano il cosplay per lanciarsi nel mondo dello spettacolo? Un esempio è Giorgia Vecchini? (vincitrice del WCS in singolo nel 2005. ndr)
AV: Beh buon per lei. Anche qui vale il discorso fatto per la TV che fagocita e sputa gli artisti, ma se uno riesce a trovare uno sbocco lavorativo ben venga. Ti confesso che anch’io, se mi offrissero un lavoro come scenografo in un teatro per la mia capacità di lavorare coi costumi, ammetto che ci penserei seriamente, lasciando un lavoro che è di tutt’altro genere per dedicarmi al mondo che mi piace. Se invece lavorare nel mondo dello spettacolo significa andare a fare la velina o la soubrette in televisione, oddio, son scelte personali se ti piace l’ambiente. Se quello è il trampolino di lancio ben venga, c’è chi fa ben di peggio per entrarci. Ricordiamoci che la carriera di Giorgia è ancora lunga per un mondo come lo spettacolo: lei presenta alle fiere e molti presentatori non sono vere persone di spettacolo. Io le auguro che magari possa arrivare a un buon livello: mi farebbe piacere che un esponente del mondo del cosplay sia trattato soprattutto con rispetto nel mondo dello spettacolo.

Sei in contatto con qualche vecchio rappresentante italiano del WCS?
AV: Principalmente con Giancarlo di Pierro e Luca Buzzi. Con Giancarlo forse un po’ meno ma quando posso lo sento su Skype, mentre Luca l’ho sentito spesso, anche per confrontarmi con questa “sindrome da post WCS” cioè quando torni a casa e ti manca la voglia di ripartire con il cosplay. Abbiamo convenuto che ci vuole un po’, anche perché quando provi una certa organizzazione, certe feste, col palco, la televisione e arrivi in cima a tornare giù si fa fatica. Lui si è ripreso e mi fa piacere rivederlo sul palco .

Prima di concludere ci racconti qualche curiosità in merito al World Cosplay Summit?
AV: Volentieri ! Da questa edizione i cosplayer sono supportati da un gruppo studentesco chiamato Omotenashi, sono giovani ragazzi e ragazza che si prodigano per rendere più confortevole il soggiorno ai vari team. Che persone fantastiche ! Piccoli regali, ti correvano dietro con granite e ventagli per farti sopravvivere al caldo infernale, ti facevano da guida per visitare Nagoya e le sue attrazioni, tra cui il favoloso castello. Veramente dei tesori di ragazzi, semplici e disponibili, che avrò tanto piacere di reincontare.
Poi le meravigliose feste, con gare di cosplay e parecchi alcolici, che però alcuni giovanissimi cosplayer o omotenashi non potevano bere, ma nessun problema, ci ho pensato io a bere anche per loro (ride).
Che posso dirvi, guardare per 30 anni serie giapponesi in tv e poi catapultarti in giappone a fare cosplay è un qualcosa che mi rimarrà nel cuore. Non si riesce veramente a descrivere cosa di prova a diventare un manga in carne ed ossa.
Ma su tutto, in termini di curiosità niente batte le toilette cibernetiche. E chi è stato in giappone, sa di cosa parlo.

Bene, noi ti ringraziamo per la disponibilità e per il tempo dedicatoci.
AV: Grazie a voi!

Intervista a cura di Cinzia Sette

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