Intervista a Barbara Codogno

Intervista alla giornalista del Corriere del Veneto Barbara Codogno, autrice di ‘Cosa sognano le donne’ e di ‘P.C.R. Per Colpa Ricevuta’, entrambi editi da Cleup, presente alla nostra rassegna letteraria il 6 aprile.

Sei laureata in Filosofia Estetica e competente appassionata di arte contemporanea: possiamo dire, a tutti gli effetti, che sei una fervente seguace del Bello. Immagino che non sia facile definirlo a parole, ma un tentativo fallo: quali esperienze estetiche ritieni che siano inscindibili dal concetto di Felicità?
L’esperienza estetica – etica – che penso imprescindibile per il raggiungimento della felicità è la gentilezza. Praticare l’amore verso gli uomini. Avere uno sguardo amorevole. Sorridere mentre cammini per strada. Ringraziare sempre. Contemplare, questo è fondamentale: contemplare significa guardare in profondità senza giudicare, significa sfiorare con leggerezza e accogliere.
Per il raggiungimento della felicità trovo sia imprenscindibile fondersi con la natura. Senza i boschi io non sarei felice, senza gli alberi non sarei felice. La mia definizione della felicità non è mai morale: ogni uomo ha la parte di luce e di ombra. Vedere con chiarezza ti aiuta ad agire. Nel mio modo di praticare la felicità ci sono debolezze e fragilità che conosco e che vorrei superare. Del resto non tendo al raggiungimento della virtù, significherebbe escludere la mia componente irrazionale e creativa. Piuttosto, è la saggezza che vorrei praticare e lo stato d’animo che massimamente mi procura felicità è, inevitabilmente, l’imperturbabilità. Pensa al cielo, alla terra. Cosa c’è di più bello? Eppure cielo e terra non hanno bisogno di essere felici. Sono. Mutano. Bellezza è mutamento. Felicità è capire la bellezza del mutamento. Creatività è tradurre, catturare, il culmine. Il momento – unico ed estremo- in cui avviene il mutamento. In alcuni momenti il cielo si fa nero, tuona. Oppure si riempie di nuvole leggere. Il cielo è sempre il cielo ma è cogliere la profondità della sua mutevolezza, saperla vedere e soprattutto vivere, come fosse specchio del nostro animo, questa è la creatività. Quando colgo questi attimi e sento in me la creatività, io sono felice.

Il tuo libro ‘Cosa sognano le donne’ (Cleup 2011) è articolato secondo una partitura musicale: qual è la colonna sonora ideale che ti accompagna quando dormi?
Ho uno strano rapporto con la musica. La musica è stata a lungo per me legata agli uomini con cui ho avuto delle relazioni. Ce ne sono stati alcuni con i quali ho ascoltato molta musica. Era musica di intrattenimento. In generale odio le colonne sonore, preferisco il silenzio, nel silenzio c’è libertà. E io voglio essere. Alcuni di questi strimpellavano, avrebbero voluto suonare o cantare, ci provavano con scarsi risultati, anche patetici, erano un po’ ossessivi nel loro dilettantismo. In generale detesto chi suona tra amici, ma è più la necessità di fare gruppo e quindi usare la musica come pretesto che detesto. Non amo i gruppi e di amici ne ho pochi e la musica è una cosa seria, per me. Poi ho incontrato un uomo che conosce la musica, la pratica, soprattutto la vive e la ama. Per quest’uomo la musica è una faccenda maledettamente privata. Allora la musica, che prima pativo come manifestazione dell’ego di questi uomini che scimmiottavano i musicisti, mi è apparsa misteriosa, languida, folle. Io ne ascolto poca. E cose che piacciono a me, seguo il mio gusto. Mi piacciono i ritmi forti, i tamburi sopra ogni cosa. Ma ora mi sembra di averla vista, l’ho riconosciuta. La musica è talento. O ce l’hai oppure no. L’esercizio conta ma non basta. Ho visto chi ama la musica e così ho capito che c’è un abisso tra chi è la musica, chi davvero ha l’animo che è musica, e chi semplicemente vuole farla o la suona.
Detto questo, non ho nessuna colonna sonora quando dormo. Ma la musica che sempre mi accompagna è il battito del cuore. Il mio, che a volte è triste, a volte sereno, a volte appassionato, a volte pieno di speranza e a volte molto solo, altre volte ruggente. Sempre, sempre il battito del cuore di mio figlio, sul quale vigilo.

Per Colpa Ricevuta, il tuo ultimo romanzo, invece è formato da due favole per adulti: spiegaci che tipo di morale hai voluto lasciare ai tuoi lettori e quali suggestioni ti hanno ispirato nella loro composizione.
Per colpa ricevuta sono due racconti filosofici en travesti. Non volevo che passassero come troppo difficili o che il fatto di dire che sono due racconti filosofici allontanasse il lettore. Perché c’è sempre pregiudizio. Così ho travestito i racconti da favole per adulti. Il lavoro che ho fatto è questo: sono una studiosa del filosofo francese René Girad che ha studiato la violenza. Sulla violenza si fonda – nel senso di si costruisce, mette fondamenta – la società. Sul capro espiatorio: troviamo uno che paghi per tutti e così riunifichiamo la società in crisi. Uno degli elementi scatenanti la violenza e che indica il capro espiatorio è il mimetismo. Io sono come gli altri, faccio parte del gruppo e il gruppo si accanisce contro il diverso. Girard mostra la storia: dal rito azteco ai giorni nostri. Non c’è rimedio a questo procedere mimetico che sfocia nell’atto violento. le mie due favole invece hanno un lieto fine: si interrompe la catena del capro espiatorio e della violenza. I due “umili” in entrambi i casi sono due servi – e non a caso, la rivolta nasce sempre dal basso quando deve sovvertire un ordine costituente – che fanno la più grande rivoluzione possibile: un atto d’amore. Si mettono dalla parte dlel vittima. E una volta che si sono riconosciuti nella vittima non possono più tornare a far parte del gruppo violento. La morale è questa: alla violenza possiamo dire basta. Se agiamo con compassione e responsabilità possiamo spezzare il vincolo che ci uniforma all’agire violento. Questa è la mia grande speranza, ho voluto nel mio piccolo consegnare una preghiera di rivoluzione, che apra una prospettiva luminosa di evoluzione dai meccanismi violenti.

Intervista a cura di Camilla Bottin

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